Timothy Greenfield-Sanders
Da Louise Bourgeois, Ann Hamilton, Willem de Kooning, Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein, Robert Mapplethorpe, Keith Haring a Richard Meier, Daniel Libeskind, Zaha Hadid a James Watson; da Nicole Kidman, Dennis Hopper, Vanessa Redgrave, Glenn Close, Dennis Quaid, John Malkovich a John Huston, Steven Spielberg, Martin Scorsese, Spike Lee; da Salman Rushdie, Gary Indiana, Gore Vidal a David Bowie, Lou Reed, Steve Tyler, B.B. King. Una ricca galleria di ritratti di artisti e architetti, scrittori e scienziati, attori e registi, musicisti e cantanti, imprenditori negli scatti eseguiti dal grande fotografo americano dagli anni Settanta a oggi.
“Timothy Greenfield-Sanders lavora sul ritratto come un pittore antico. Grazie alla sua Fulmer & Schwing 11 x 14 pollici, una vecchia scatola di legno del 1905 che usa come se avesse tra le mani tavolozza e pennello, ottiene ritratti minuziosi, ma non psicologici. Dimostra in tal modo che si può ritrarre una persona senza pathos e far venire fuori egualmente l’anima.
A Greenfield-Sanders non interessa l’attimo fuggente, ma il limitato tempo della posa. Ai suoi soggetti chiede poco, lascia che assumano naturalmente una postura da ritratto, interviene con qualche suggerimento e lascia che la composizione venga fuori da sola. A chi posa per lui offre la sua seggiola, la stessa sulla quale siedono tutti, e dove ognuno lascia una parte di sé. In tal senso non è un ritrattista moderno, come il pittore Lucian Freud, che lavorando sulla drammaticità della figura ci mette così tanto di suo da trasformarla in un’astrazione.
Alcune opere di Greenfield-Sanders potrebbero sembrare iperrealiste, ma egli guarda piuttosto alla tradizione europea. Anche l’uso recente che fa del dittico lo dimostra. La sua attenzione è rivolta verso le celebrità, le icone popolari, come facevano una volta Rembrandt e Velázquez, che ritraevano i grandi della loro epoca, forse la sua svolta futura sarà guardare alla gente comune e anonima, come Caravaggio.
L’attenzione per le icone popolari avvicina Greenfield-Sanders a Warhol, che ammira. Ma non ripercorre la poetica warholiana: il geniale Warhol usava la Polaroid, un mezzo moderno e privo di qualità espressiva e che non richiede sapienza: chiunque può scattare una Polaroid, Greenfield-Sanders usa invece una sofisticata “camera” di legno che dà alle sue immagini il sapore tipico che definisce la sua inconfondibile firma.
Nel ritratto in bianco e nero Greenfield-Sanders ha un taglio molto vicino a quello del cinema, alcuni primi piani ricordano Fritz Lang. La sua forza è nel non voler inventare una forma fotografica. Nel colore ricerca l’incarnato, la forza dei toni e dei contrasti, ricerca la perfezione della qualità cromatica e accostamenti capaci di stupire. Come nel bellissimo ritratto di Nicole Kidman, dove la stoffa dell’abito rosso, il fondo rosso non illuminato e il rosa del volto si fondono facendo emergere solo occhi e mani.
Indubbiamente uno dei meriti più grandi di Greenfield-Sanders è eliminare la distanza che separa il ritratto da chi lo guarda. Non è da tutti. (Mimmo Paladino)
Timothy Greenfield Sanders, Portraits