Novalis Contemporary Art inaugura “Trame di Luce”, a cura di Demetrio Paparoni. La mostra comprende opere di Domenico Bianchi, Ross Bleckner, Doug e Mike Starn, Franz West. Accompagnata da un catalogo, questa esposizione mette a confronto quattro protagonisti della scena contemporanea che con il proprio lavoro affrontano in maniera radicalmente diversa il tema della luce.
Scrive Demetrio Paparoni nella sua introduzione in catalogo: « In pittura la luce è sempre stata metafora di conoscenza e di spiritualità. È stata tale nella rappresentazione pittorica del passato e tale è rimasta anche per quegli artisti che in epoca moderna si sono espressi attraverso fotografia e video. La breve parentesi in cui la luce è stata sottratta a questa connotazione va dalla fine degli anni cinquanta alla fine degli anni settanta e riguarda il lavoro degli artisti che a quell’epoca hanno sostituito la rappresentazione dell’oggetto con la sua mera presentazione. In quell’ottica sono stati considerati oggetti autoreferenziali anche tela e telaio, linee e stesure di colore. Bisogna far dunque ricorso al concetto di tautologia caro all’espressionismo postpittorico, al concettualismo, al minimalismo e a tutta l’arte che a queste tendenze si è rifatta, per vedere la luce privata delle sue implicazioni religiose e simbolico-letterarie. Nel corso di questa breve parentesi l’uso di tubi al neon, assemblati per ottenere sculture o modellati per scrivere frasi con le quali affermare concetti filosofici, testimonia l’inquietudine di quella linea di pensiero modernista che ha considerato (e che si attarda a considerare) il linguaggio uno strumento che per esprimere lo spirito del tempo deve sempre inventare qualcosa di inedito. Ma proprio nella logica modernista dell’arte che supera l’arte, quando all’inizio degli anni ottanta un gruppo di giovani artisti diede l’avvio al versante artistico del Postmoderno – e tra questi Ross Bleckner, che a quella svolta ha dato un contributo determinante – l’uso reiterato di scritte al neon venne percepito come il tentativo nostalgico di mantenere forzatamente in vita il sistema teorizzato dalle cosiddette avanguardie. Se nei decenni precedenti si era parlato di “ritorno all’ordine” in relazione alla pratica della pittura figurativa, con l’avvento del Postmoderno quello stesso concetto lo si è riferito all’arte di quei giovani che, caduti nella trappola dell’accademismo, perseveravano ancora negli anni ottanta (e perseverano tutt’oggi) nel presentare scritte al neon sulle pareti delle gallerie.
La questione non riguarda la libertà dell’artista di oggi di concepire l’arte come linguaggio che analizza se stesso, né quella di utilizzare segni che rimandano tautologicamente a se stessi: se una lezione ci viene dal Postmoderno questa è che strumenti e linguaggi possono essere decostruiti, ricostruiti e sovrapposti perché non ci sono linguaggi e strumenti che possono essere considerati antitetici. È tuttavia innegabile che è con il pensiero postmoderno che in arte la luce si riappropria delle sue valenze simbolico-letterarie. Il tema è connesso al ruolo che le avanguardie hanno conferito al concetto di bellezza, alla convinzione cioé che l’arte nuova (nel senso in cui l’hanno intesa le avanguardie) non debba essere interessata alla ricerca della bellezza, a torto da molti considerata estranea a tutto il modernismo. Con il Postmoderno dunque, vera o rappresentata che sia, laddove utilizzata con valenze simbolico-narrative, la luce torna a manifestare un fascino misterioso, ad attrarre, a chiamarci a sé. »








