È nato nel 1965 a Gijón, Spain. Vive e lavora a Siviglia. E’ professore ordinario presso la facoltà di Belle Arti dell’Università di Siviglia.
HALONG SERIES
Halong affronta il tema dell’utopia, intendendola nei termini specificati da Marc Augé, cioè come necessità non di sognare di realizzarla, ma di accostarsi ad essa nel tentativo di ottenere i mezzi per reinventare il quotidiano. Questo progetto suggerisce come abitudini di insediamento di emarginati, poveri o esclusi trovino territorio in spazi invisibili. La Baia di Ha-Long, detta anche Baia di Along, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1994 (e nuovamente nel 2000). Questo ha fatto sì che i suoi insediamenti periferizzati siano esposti alla visibilità etnografica e allo sguardo sensibile al fascino dell’esotico del turista. La baia comprende un bacino di circa 1500 km² situato nel nord del Vietnam, nella provincia di Quang Ninh, nel golfo di Tonkin. Vicino alla frontiera cinese, è a 170 km a est di Hanoi e si estende lungo 120 km di costa. Tra isole meravigliose e faraglioni carsici, questa terra di profonde valli e crepacci che hanno invaso il mare ospita strutture costruite da popolazioni che vivono principalmente sull’acqua. Avendo acquisto visibilità, l’esistenza della baia di Halong è oggi seriamente minacciata dalla sua esposizione allo sguardo. Questo perché, come dice Foucalt, il potere non tollera regioni d’ombra: il potere basa la sua capacità di controllo sul fatto che tutto verrà alla luce e i popoli tutti saranno osservati da una sorta di sguardo immediato, collettivo e anonimo. Una volta sotto i riflettori, queste comunità si trovano pertanto in una situazione di rischio. Ancor più se teniamo conto che nella nostra epoca non è più possibile la rovina, ma la sua imitazione, la sua registrazione o la sua documentazione. Il turista, in definitiva, riduce qualunque dissomiglianza in un’immagine d’archivio e, in ultima istanza, la neutralizza con l’insediamento di case o di comodi complessi vacanzieri. Nel peggiore dei casi si sopprime il modello di vita che si pretende di osservare, riportandolo alla malintesa fedeltà all’immagine metaforica che ci si è fatta di esso.
La geomorfologia, indica Mike Davis nel suo studio sulle città morte, afferma che i veri paesaggi sono sempre il complesso prodotto di due o più processi (tettonici ed erosivi) che funzionano con tempi e scale diversi. In una di queste “scale diverse”, ma ugualmente erosive, la presenza del turismo attiva un’inquietante corrosione accelerata. È paradossale che queste strutture abitate da pescatori, nella loro immobilità spaziale, ancorate a una sedentarietà atavica, siano esposte a quelli che Marc Augé chiama “sguardo del nomadismo” e “mobilità surmoderna”.
Si sa che la globalizzazione incrementa non tanto le reti di transito o connettività transnazionali, quanto la mobilità fisica. La lettura del suo effetto culturale risiede pertanto nella trasformazione delle località stesse. Nonostante l’attraversare uno spazio che non ci appartiene alimenti un bel po’ di fantasmagoria, da un lato esso ci diviene familiare, ma dall’altro finiamo per sconvolgierlo. In altre parole, lo deterritorializziamo. Il mondo è topopoligamico (Ulrich Beck), pieno di mobilità metrica, percettiva, sensitiva e fisica. Paradossalmente, nonostante alla tendenza all’uniformazione, poiché la molteplicità di desideri aumenta le possibilità del mercato, ciò che interessa al capitalismo è la pluralità e la diversità di culture.
Dioniso González
“DIONISIO GONZÁLEZ – ORGANOGRAMAS”- a cura di Demetrio Paparoni,
NOVALIS CONTEMPORARY ART, stampato da Edicta s.r.l. marzo 2010, Torino
»










